ESCLUSIVA – Criniti: “Playoff, il cuore dice Catania ma non lo vedo tra le favorite. Ho lasciato il segno ovunque, non a Palermo. Su Gaucci e Mazzone…”

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A Catania per un’attività d’insegnamento calcistico, l’ex rossazzurro Antonio Criniti è intervenuto con cortesia e disponibilità ai microfoni di TuttoCalcioCatania.com. Occasione per commentare il ritorno in Sicilia a distanza di tanti anni, il cammino dell’Elefante ai playoff e qualche curiosità sul suo passato:

Totò, cosa significa per te tornare a Catania?
“Provo un’emozione particolare. Sono qui per motivi calcistici ma anche per ritrovare tanti amici. Catania è una città bellissima, una piazza meravigliosa. Sono passati vent’anni esatti. Tanto, decisamente tanto tempo. Vent’anni fa era vicino il grande sogno, la Serie B. Purtroppo però arrivammo alla finale playoff col Messina spendendo molte energie per recuperare terreno, lo pagammo al cospetto di un avversario più fresco e giovane. Anche il Messina, comunque, era una buona squadra”.

A proposito di playoff, il Catania inizia oggi una nuova avventura. Potrà dire la sua negli spareggi?
“Ho seguito poche volte il Catania quest’anno, ma conosco molto bene Pellegrino e Guerini. Troppi alti e bassi, questo è indice di squadra non matura. Nei playoff invece devi essere maturo. Incontri anche compagini di altri gironi, magari più organizzate, con altri valori. Il Cibali ha sempre fatto la differenza, ora è vuoto e non determina. L’assenza di pubblico sugli spalti è un’altra grave pecca per il Catania. Non è facile. Non la vedo tra le favorite, dico la verità. Anche se il cuore la vorrebbe vedere in Champions League”.

Potrebbe essere un vantaggio partire da sfavoriti…
“Effettivamente non hai tutti i torti perchè i playoff sono partite completamente diverse rispetto al campionato, hanno un sapore differente. Però il Catania, ripeto, non mi ha mai dato l’impressione di squadra matura. Io sarei felicissimo se il Catania vincesse venti campionati ma sono molto realista, perchè vivo di calcio e lo studio a 360 gradi. Vedo altre formazioni favorite come Catanzaro e Bari, molto più attrezzate a mio avviso. E’ anche vero che con la nuova gestione tecnica la squadra ha raccolto diversi risultati importanti, segno che il cambio in panchina ha generato effetti positivi. C’è un ritmo diverso, una voglia diversa perchè i calciatori dimostrano al nuovo allenatore di essere importanti”.

Catania-Foggia, chi vedi favorito per il passaggio del turno e quanto conta la gestione mentale?
“Passerà il turno il Catania, ne sono sicuro. Non avrà grossi problemi secondo me, ma deve evitare di pensare al fatto di avere un doppio risultato a disposizione. Il Catania ha recuperato quasi l’intera rosa a disposizione dopo un’annata difficile, sospiro di sollievo per i tifosi in questo senso. Conterà molto l’aspetto mentale. Mazzone mi ha insegnato che le partite le vinci dall’albergo, durante il tragitto che ti porta dal pullman allo stadio. Lui voleva che nessuno fiatasse, concentrazione totale. Questa è una parte molto importante, decisiva secondo me. La gestione mentale fa la differenza, più delle gambe e del fisico”.

Tifosi in apprensione per il passaggio di consegne, come valuti la vicenda? 
“Io dico solo che Gaucci aveva talmente tanti soldi da buttarli dalla finestra, Tacopina invece mi sembra un grosso imprenditore ma più oculato nell’investimento. E’ chiaro che a Catania devi fare squadre a vincere. Se Tacopina entra in società lo farà al raggiungimento di tale scopo, è chiaro. Il suo interesse è quello, i progetti sulla carta sono ambizioni. In ogni caso credo sia opportuno che le cose vengano fatte per bene. Catania è un piazza che esige questo, lo dice la storia”.

Tante squadre hai girato, lasciando il segno dappertutto. Qual è stato il segreto?
“Ho sempre dato il massimo. Quando dai tutto, ci metti l’anima ed assicuri giocate importanti non puoi non essere amato, considerato. Forse solo a Palermo ho incontrato difficoltà. Nella sponda rosanero della Sicilia fu un anno difficile per me in termini di ambientamento. Ero più maturo a Catania, venivo da tre anni di Serie A ed avevo fatto le coppe europee. Il Palermo invece aveva altri progetti che non si sono sviluppati come pensavo. Lì non mi adeguai ad una piazza particolarmente difficile. Altrove invece, tutto sommato, sono stato sempre voluto bene”. 

Ti rammarica il fatto di non avere continuato a vestire la maglia rossazzurra?
“Il rammarico ce l’ho per quel mancato salto di categoria, che avremmo meritato, ma anche perchè non rimasi a Catania. Io avrei voluto proseguire l’avventura ai piedi dell’Etna, ma dipendevo dalla famiglia Gaucci, volevano che io andassi a Sambenedetto del Tronto per vincere il campionato lì. Mi hanno quasi costretto, Lucianone ha voluto così. Mi diceva con il suo noto accento «devi andare a vincere da solo». Con Colantuono trovammo la quadra, facemmo una risalita dal quint’ultimo posto. Colantuono creò un gruppo, andammo ai playoff e li vincemmo. Io non sono nessuno ma riuscì a dare un bell’apporto alla squadra”.

Non fare il modesto, in tante squadre hai fatto la differenza…
“Sai, io sono un tipo molto equilibrato. Messi vince le partite da solo, ma in realtà le vittorie arrivano se agisci in un determinato contesto di squadra. Perchè se non ti aiutano c’è poco da fare. I compagni mi aiutavano e mi sopportavano anche, del resto io avevo un carattere forte, carismatico. Volevo vincere tutte le partite e non era facile. A Catania, non a caso, indossai subito la fascia da capitano. Quando andai via, ricordo anche che il tecnico Ammazzalorso non amava avere in squadra gente di carisma e di «pesantezza» nello spogliatoio. Voleva giocatori che scalassero le montagne facendo tutto quello che diceva lui. Questo era impossibile con me, Ambrosi e tanti altri”.

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