ESCLUSIVA – Sorrentino: “Feci bene con la Paganese e andai a Catania, nacque l’amicizia con Massimino. Programmazione e settore giovanile forte per ripartire”

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Roberto Sorrentino

Tra i più grandi portieri nella storia del Catania, in vista di Paganese-Catania il doppio ex Roberto Sorrentino concede un’intervista ai microfoni di TuttoCalcioCatania.com. Riflessioni sulla sfida del “Marcello Torre” e la stagione rossazzurra, con molti aneddoti curiosi nel contesto di una piacevolissima chiacchierata:

Roberto, come va innanzitutto sotto il profilo professionale?
“Sono allenatore da 33 anni con 400 e oltre panchine, mi permetto di dire che ho vinto dei campionati con squadre che iniziamente non erano quotate. Due anni fa mi dovevo salvare in Ligura ed ho vinto il campionato, quest’anno in Promozione non volevo più allenare perchè mi ero operato al ginocchio, quindi pensavo fosse il momento d’iniziare a fare il dirigente e invece con un budget minimo e una squadra giovane eravamo a -1 dall’Ivrea avendo una partita in meno. Mi gratifica a 66 anni essere considerato ancora un ottimo allenatore. Adesso valuto un pò di situazioni all’estero, qualcosina in Egitto, nel Galles. Qui in Italia ho rifiutato alcune proposte a livello dilettantistico perchè non è facile individuare un progetto serio. Ho detto no ad alcune situazioni poco chiare e odio quando ti chiedono sponsor. Un allenatore che porta sponsor non è più un allenatore ma un investitore. Mi hanno chiamato dall’Egitto per fare un corso di perfezionamento per tutti gli allenatori di una società locale. Ho allenato per 33 anni e sviluppato tantissima esperienza nel calcio. Credo sia giusto dimostrare prima di tutto le proprie competenze, facendo la gavetta come ho fatto io. Eppure sono a casa…”.

So che sei sempre molto aggiornato sulle vicende di casa Catania. I rossazzurri si apprestano ad affrontare la Paganese, sarà un trasferta insidiosa.
“La Paganese ha anche rischiato di non essere iscritta al campionato ma hanno allestito una discreta squadra in lotta per la permanenza, anche se attraverso un piano strategico differente visto che la rosa presenta diversi giocatori molto più esperti rispetto agli ultimi anni. Il campionato di Lega Pro è sempre il più difficile e Pagani mi riporta indietro nel tempo. Io ho giocato nella Paganese che ha sempre creato qualche problema al Catania. Ricordo quando parai un rigore a Ciceri proprio contro il Catania, pareggiando 0-0. Giocammo in dieci per larghissima parte dell’incontro e furono bombardamenti continui, ma io avevo il dovere di parare ed il buon Angelo Massimino mi continuava a ripetere «spacchiusu napoletano». Poi è nata un’amicizia e stima reciproca quando sono diventato portiere del Catania. Era giusto in quel momento per lui agire così e per me parare il più possibile, visto che difendevo i pali della Paganese”.

Fu grazie alla Paganese, allora, che il Catania decise di acquistarti?
“Sono momenti che ricordo con felicità. Dopo quella gara Gennaro Rambone mi volle per forza al Catania, ma i primi due mesi furono tragici in rossazzurro. Quando perdemmo 1-0 a Messina in Coppa non puoi capire cosa successe. Io non avevo alcuna colpa, eppure fui messo fuori. La stampa locale si scagliò contro di me, scrivendo che la speranza fosse quella di tornare al più presto sul mercato perchè serviva un nuovo portiere. Nel corso di una trasmissione condotta da Pippo Baudo alcuni tifosi dicevano che avrei dovuto comprare la colla perchè non riuscivo a bloccare il pallone. Ricordo che quando feci un’entrata con il Livorno a metà campo su un giocatore che buttai giù mi chiamarono «kamikaze» sottolineando l’assurdità del fallo. A Siracusa vincemmo sorpassando gli aretusei in classifica, parai anche i sassi eppure il telecronista diceva che con me in porta fosse un brivido continuo ed il Catania fu fortunato a non subire reti. I compagni stessi mi guardarono esterrefatti, dicendomi che meritassi dieci in pagella. A Chieti feci una parata normale, l’unica dell’incontro e dissero che quel giorno nacque una stella, cioè io. Forse anche a seguito della continuità dei risultati ottenuti”.

Critiche feroci ma che ti hanno stimolato… 
“Dobbiamo considerare anche il periodo d’adattamento iniziale. Mi allontanavo per la prima volta dalla mia regione, con un bambino piccolo, Catania all’epoca era la Juventus della C, le difficoltà niiziali ci stavano ed io, per struttura muscolare, se non passava un mese non ero ancora in palla, soffrivo in maniera particolare i carichi di lavoro iniziali ma poi trovavo una condizione ottimale che mi permetteva di mantenere un rendimento costante tutto l’anno, senza alti e bassi. Soffrivo all’inizio per poi godere durante l’arco del campionato”.

E diventasti il portierone rossazzurro che conosciamo.
“A Catania faccio parte dei murales che rappresentano i volti storici rossazzurri, essere insieme al grande Vavassori è motivo d’orgoglio per me. Sono venuto in Sicilia un mese fa a ritirare un premio alla carriera. In 38 anni che manco calcisticamente da Catania è il 16/o premio che ricevo in Sicilia con annesse sincere manifestazioni d’affetto da parte di tutti. Tanti riconoscimenti importanti, io ringrazierò sempre il Catania perchè ero un giocatore normale quando approdai alle pendici dell’Etna. Ho vissuto cinque anni favolosi ottenendo due promozioni, il mio amore non potrà mai finire con la gente di Catania”.

Non ci fu mai davvero l’opportunità di tornare a Catania dopo avere lasciato il calcio giocato?
“A livello societario solo qualche approccio. Ebbi un contatto con l’allora presidente Massimino, ci saremmo dovuti risentire per concordare il mio ritorno a Catania da allenatore in C2, consigliato da Mario Russo che gli comunicò di non restare in panchina e fece il mio nome. Fu un pour parler. Anni fa io tornavo dall’Albania perchè avevo allenato lì, venni a vedere il Catania a Vercelli e qualche tifoso mi riconobbe. Hanno iniziato a mettere notizie sui social, su internet. Poi venni invitato a Perugia dai tifosi e quindi il mio nome rimbalzava ma da parte della società non ho mai avuto alcun contatti in quel periodo”.

Cosa pensi dell’attuale proprietà del Calcio Catania?
“Spero che gli attuali proprietari abbiano imboccato la strada giusta, il neo presidente della Sigi Gaetano Nicolosi si è preso questa papata bollente e mi auguro che si facciano cose importanti. Lo merita Catania città, Catania tifoseria e reputo anche la Sigi. Leggo chi sostiene che sarebbe stato meglio fallire, non so davvero se fosse così ma so che oggi Nicolosi ci ha messo la faccia, tra mille difficoltà la proprietà sta portando avanti il club. Sono andati via giocatori importanti, altri sono rimasti e altri importanti ancora ne sono arrivati”.

Ed è nato un Catania con diversi giovani in organico.
“Nel 1980 avevamo tanti giovani e calciatori sconosciuti ma abbiamo vinto il campionato a mani basse. A quattro domeniche dalla fine potevamo anche accontentarci di pareggiare a Foggia, invece vincemmo agevolmente seppur in presenza di tante squadre importanti. I giovani ci vogliono perchè corrono e danno entusiasmo ma hanno bisogno di essere protetti dagli anziani del gruppo. Io da giovane ho avuto dei buoni maestri così come da calciatore ma in modo particolare poi da allenatore, curando questi ragazzi che hanno mille incertezze e poca fiducia in loro stessi e gli devi dare una mano. Soprattutto nelle difficoltà. La mano sulla spalla va messa quando perdi. Vale anche per i dirigenti. Dobbiamo crescere tutti come responsabili, istruttori e docenti”.

Catania è una piazza molto umorale. Batti la Fidelis Andria è l’entusiasmo è alle stelle, perdi a Monopoli e sei da retrocessione. Quanto è difficile gestire le pressioni?
“Catania è abituata ad un calcio importante. Essendo relegati in una categoria media, la tifoseria ti aspetta al varco. Ma per vincere bisogna programmare. Non bisogna mandare via ogni anno tanti giocatori. Stimo moltissimo il mister e bisogna puntare su questo gruppo, poi se ci sarà qualche innesto da fare si fa, ma i ribaltoni alla lunga non rendono. Rende chi ha una certa continuità, conoscenza, l’essere uniti. Noi spesso vincevamo anche perchè eravamo amici. Ci fu un periodo in cui mister Mazzetti non ci rivolgeva la parola perchè aveva litigato con qualcuno, ma ci si guardava negli occhi. Il mister era incazzato con noi e sapevamo di dovere reagire. Creare la coesione tra compagni, frequentarsi anche dopo l’allenamento credo sia una medicina ottima per raggiungere risultati. L’importante è fare gruppo”. 

Servirebbe anche avere una società solida alle spalle, non trovi?
“Sono stato in Guatemala, Ucraina, Serbia ed Albania. La forza delle società è dotarsi di un settore giovanile di livello. Bisogna avere un grande settore giovanile perchè da questo peschi i giocatori che alla lunga ti potranno servire per scambi o per essere funzionali alle esigenze della squadra. Avere calciatori che giochino per la propria città credo sia importante, poi magari hai anche la fortuna di realizzare plusvalenze rilevanti. E’ determinante partire dalle basi, una grande società deve avere un importante settore giovanile. Fermo restando che il Catania fa i conti con una situazione debitoria notevole. Ma spendendo cifre importanti il debito, se non aumenta, rimane alto. Inserire dei giovani e programmare è fondamentale piuttosto che spendere e spandere prendendo calciatori che vengono a Catania per svernare. Si costruisce dalle fondamenta, avendo anche ruoli ben definiti in società”.

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