venerdì, 29 Agosto 2025
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CATURANO: dall’esordio in A all’età di 16 anni all’exploit in C, il percorso raccontato dal giocatore

Attraverso alcune interviste rilasciate dal giocatore a La Repubblica e TuttoCesena, conosciamo meglio le fasi salienti del percorso professionale di Salvatore Caturano, neo acquisto del Catania.

In quel momento facevo riscaldamento e intanto mi guardavo intorno e vedevo il pubblico delle grandi occasioni, era il derby Siena-Empoli. Non avevo ancora realizzato il debutto, avevo la tensione a tremila. L’Empoli per me è stata una seconda famiglia, perché mi ha trattato in tutto e per tutto molto bene. Quando Gigi Cagni mi chiamò per entrare iniziò il tremolio di gambe, ma una volta entrato in campo poi è passato tutto. È stata una grandissima esperienza e un ricordo che rimarrà per sempre dentro di me. Ero un ragazzino“.

Eppure fu quasi un male. “Perchè? Pensai di essere già arrivato. Mi montai la testa. Per quel quarto d’ora, ho perso anni di carriera. Io ero il classico giovane che voleva sempre giocare, ero un po’ uno scugnizzo. Non andavo d’accordo con gli allenatori perché avevo le mie idee, ma sono errori di gioventù. Oggi dico che magari tutti quegli sbagli che ho fatto non li rifarei. È stato un inizio carriera tribolato. Se ogni sei mesi cambi squadra significa che non hai qualità per rimanere in una squadra e io ce le avevo, oppure che hai una testa matta, che ti penalizza sotto questo punto di vista, ed era proprio il mio caso”.

Successivamente “sono finito al Taranto, poi a Viareggio e per altri anni nei campionati minori, senza mai farmi notare” prima di approdare al Melfi, dove “è iniziata la mia seconda vita da calciatore. Quell’anno lì mi scattò qualcosa in testa che mi responsabilizzò molto: la perdita di mio padre. Per me era l’ultima chance per rimanere a buoni livelli e l’ho sfruttata al massimo. Avevo tanta rabbia dentro e voglia di dimostrare alla persona che amo di più al mondo di poterci stare a questi livelli; lui ha sempre creduto in me e dovevo ripagarlo in qualche modo. Melfi fu il mio trampolino di lancio per fare bene e dimostrare il mio valore. Ho avuto la fortuna di incrociare un tecnico bravo e di grande spessore umano come Dino Bitetto. Ha fatto un ottimo lavoro sulla mia testa calda. Prima delle partite, mi fermava negli spogliatoi e mi diceva di guardare le foto dei miei bambini Mattia e Federica, aggiungendo che era il momento di fare qualcosa di importante per loro. In quella stagione, ho segnato diciotto gol in una squadra che lottava per non retrocedere. Feci così bene che si accorse di me il Bari”.

In biancorosso, però, non ha lasciato traccia: “Diciamo che non hanno creduto in me, forse non potevano puntare su uno senza nome. Dopo un mese, ero già in prestito all’Ascoli, dove ho segnato il mio unico gol in B”. Poi è arrivato il Lecce: “Lì c’erano tanti attaccanti forti come Petagna, Perez e Cacia; non gli ultimi arrivati. Ho trovato poco spazio e quando ho avuto la possibilità di giocare ho fatto gol. Poi però ci furono i soliti problemini con l’allenatore che la pensava diversamente da me. Successivamente a gennaio arrivò l’occasione di andare al Lecce, club nel quale andai i primi sei mesi in prestito, per poi essere comprato in estate. Lì ho fatto due anni meravigliosi. Una piazza molto esigente, Lecce era da sei anni nel polverone della C. Noi siamo riusciti con una grande squadra a fare il salto di qualità“.

In seguito Caturano ha contribuito alla promozione della Virtus Entella in B, continuando ad andare a segno con regolarità anche a Cesena e, soprattutto, Potenza. Oggi Caturano ricorda sempre l’importanza dell’aspetto mentale sul rettangolo verde: “Secondo me è fondamentale più di ogni altra cosa, perché poi non bastano solo le gambe anche se sei forte. Io quando parlo con i giovani gli dico sempre di usare la testa, perché è quella che ti fa fare il salto di qualità, è il 90% di un giocatore. Come reagisco alle critiche? Diciamo che fa parte del nostro lavoro. Anche a Lecce, quando da inizio campionato a gennaio avevo fatto 12-13 gol, poi per non aver segnato per tre partite sono stato criticato. Questo ti fa capire come alcuni tifosi non capiscano un c****. Però sono bravo ad isolarmi da tutto questo”.

L’attaccante è nativo di Scampia. Crescere in un quartiere con tante difficoltà lo ha aiutato a fortificarsi: “Sì, assolutamente. Crescere lì ti insegna tante cose; ti insegna la strada. Già dall’età di 7 anni scendevo nel quartiere a fare partitelle tra amici, e i casini li vedevi e li sentivi. La mia famiglia è stata brava ad isolarmi da tutto questo e a lasciarmi partire ad appena 13 anni, da solo con un treno verso Empoli. L’obiettivo loro era quello di portarmi via da quel posto e farmi realizzare il mio sogno di diventare un calciatore”.

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