ESCLUSIVA – Prestanti: “Catania e Monopoli, inizio e fine della mia carriera. Quel mio unico gol rossazzurro contro la Reggina…”

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Valeriano Prestanti

Stagione 1974-75, Catania promosso in Serie B. Annata ricca di soddisfazioni per l’ex difensore rossoazzurro Valeriano Prestanti che, in carriera, ha fatto anche parte della rosa del Monopoli tra il 1982 ed il 1987. Abbiamo avuto il piacere d’intervistarlo in vista di Monopoli-Catania.

Valeriano, facciamo un tuffo nel tuo passato. Cosa ti dice Catania?
“Catania fu l’inizio della mia carriera. Avevo 21-22 anni, a Monopoli invece più di 30. Diciamo che Catania è stato il mio trampolino di lancio. Ero in comproprietà con la Fiorentina, avevo già fatto un anno in C in prestito con la Sangiovannese e un anno in B ad Arezzo, quando c’era Ciccio Graziani in squadra. Eravamo militari entrambi. Lui poi andò al Torino, io tornai alla Fiorentina ed il club viola mi girò al Catania perchè ripresero Ghedin. A fine stagione la società toscana mi riscattò, trasferendomi al Vicenza. All’epoca non c’erano i procuratori, decidevano i dirigenti. E se ricevevi delle richieste lo sapevano soltanto loro, oggi invece sai tutto. Io mi ero trovato bene a Catania vincendo il campionato, fu un anno bellissimo per me e sarei rimasto volentieri, ma la scelta non dipese da me. Abitavo ad Aci Castello, posto stupendo sul mare. Stavo da Dio. Vincendo il campionato di un punto dopo un avvincente testa a testa con il Bari. Stagione memorabile, avevamo una bella squadra con gente come Ciceri, Spagnolo, Malaman, Biondi, Petrovic, Muraro. Io ero il più giovane del gruppo, fui convocato anche nella Nazionale semi-pro”.

A Monopoli, invece, come andarono le cose?
“Monopoli ha significato praticamente la fine della carriera dopo quattro anni giocati in C. Arrivammo ad affrontare anche squadre di Serie A come Atalanta, Lazio e Inter disputando la Coppa Italia. Sono stati dei begli anni. Poi è arrivato quel momento in cui non servivo più (ride, ndr). A 36 anni pensarono che io fossi arrivato al dunque, perchè volevano ringiovanire la rosa. Mi diedero il benservito. Non la presi bene e mi feci un altro anno in D a Fasano, vincendo il campionato con 5 giornate d’anticipo. Poi ho smesso perchè lo decisi io, mi dava fastidio che fossero altri a decidere del mio futuro”. 

Sei rimasto in contatto con qualche tuo ex compagno di squadra a Catania?
“Non ci sentiamo spesso per la verità. Dividevo l’appartamento con Battilani. Adesso lui abita a Modena. Ormai sono diventato sudista da circa 30 anni, loro sono tutti lontani. Capita l’invio di un messaggio su Facebook ma non ho mai partecipato ad una rimpatriata. Quando c’è qualche festività o ricorrenza ci si sente però, sono tutti degli amici. Nella mia vita non ho mai litigato con nessuno. Ho un buon ricordo di ognuno di loro. A Catania purtroppo ho perso un amico diversi anni fa per un tumore. Ero andato diverse volte a trovarlo, sono ancora in contatto con le tre figlie femmine che mi chiamano zio”. 

Cosa ricordi in particolare di quella stagione trionfale vissuta ai piedi dell’Etna?
“Fu un’annata intensa fino all’ultimo che coincise con l’unico gol da me realizzato con la maglia del Catania. Ricordo con grande piacere il match con la Reggina a tre giornate dalla fine. Eravamo sotto 2-0. Spagnolo non era disponibile, quindi scese in campo Colombo al posto suo. Proprio lui fece il 2-1. Ciceri, invece, siglò la rete del 2-2 e poi capitò una palla al limite dell’area, non so come ho fatto a prendere l’incrocio dei pali per il nostro 3-2 che fu determinante ai fini della promozione in B. Addirittura i tifosi della Reggina accusarono un loro giocatore di averci fatto vincere, non sapevano più cosa inventarsi. Ed il Presidente Massimino era candidato al Comune con il numero di scheda 32, lui girava tutto il campo facendosi pubblicità. Fu una cosa veramente comica”.

Catania ancora in C. Girone C che si presenta tosto, non trovi?
“Lo è abbastanza. Ogni partita ha la sua difficoltà. Chi avrà il passo più regolare potrà arrivare in fondo. Possono esserci squadre pazze che giocano bene, ottengono vittorie eclatanti e poi si perdono in un bicchiere d’acqua. Invece devi provare a vincerle tutte, anche 1-0. A volte si vince non meritandolo, ma se hai un pò di mestiere fai risultato comunque. Talvolta accontentarsi di un pareggio giocando male è preferibile. Ci saranno tanti scontri diretti, di conseguenza può accadere di tutto. Serve continuità e quella che in gergo si chiama mentalità vincente. La Juventus in Italia è maestra in questo senso perchè la società impone tale mentalità. Loro devono vincere sempre e comunque. Spesso si verificano cali di concentrazione, invece devi stare sul pezzo continuamente. Al di là dell’avversario. Talvolta speculi sul pareggio e basta muovere la classifica. Difficilmente una squadra si staccherà dalle altre secondo me, prevedo una lotta abbastanza serrata per il vertice. Poi le previsioni sono fatte apposta per essere smentite”.

Quanto conta l’espressione di un bel gioco in C?
“Secondo me non è una questione di categoria. Se tu chiedi al tifoso se preferisce essere bello o vincere i campionati, lui ti risponderà con la seconda opzione. Io caroselli per il bel gioco non ne ho visti per le strade. A volte c’è un pò di ipocrisia. Se siamo belli e vinciamo, meglio ancora. Preferisco essere meno belli e pratici, non brutti però perchè altrimenti perdi. E anche prendere pochi gol è importante. I campionati si vincono partendo da dietro. Ai ragazzini dico sempre che conta prima di tutto la conquista della palla. Perchè se non conquisti palla non fai niente. Più palloni vinci, più hai la possibilità di costruire azioni da gol. Più battaglie vinci, più vinci la guerra”.   

Si ringrazia Valeriano Prestanti per la gentile concessione dell’intervista.

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