E LO CHIAMAVANO AMORE PER IL CATANIA…

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“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, articolo 36 della Costituzione. In tutte le attività aziendali in crisi, purtroppo, tale diritto non sempre viene riconosciuto. Anche il calcio è un’azienda e, come tale, soggetta a costi e ricavi. Quando i ricavi scarseggiano ed i costi da sostenere sono elevati, facendo i conti con un monte debitorio pazzesco come nel caso del Calcio Catania, le difficoltà diventano insormontabili. Così ne fanno le spese i calciatori stessi, che hanno ricevuto il pagamento di una sola mensilità dall’inizio del nuovo campionato. Dimenticando che anche loro fanno parte della categoria dei lavoratori e, nello specifico, non percependo cifre altissime.

L’attuale proprietà del club ha ereditato una situazione finanziaria pessima, frutto di una gestione scellerata negli anni, giusto sottolinearlo. Va anche detto che il salvataggio della matricola 11700 evitando un sicuro fallimento aveva rappresentato un inizio incoraggiante per la SpA etnea. S’intravedevano spiragli per effettuare un rilancio graduale. Era passato il messaggio dell’effettuazione di un vero e proprio atto d’amore per i colori rossazzurri, di un gesto eroico a beneficio della squadra della propria città. La composizione societaria secondo il modello dell’azionariato diffuso aveva lasciato intuire che potesse divenire un progetto vincente. Un progetto ideato da Fabio Pagliara che credeva fortemente nella sua concretizzazione con risultati apprezzabili. Nel momento in cui si cominciava a lavorare per porvi le basi, tuttavia, il dott. Pagliara si è defilato perchè non convinto delle modalità di realizzazione. Questo ha fatto suonare un primo importante campanello d’allarme.

Costituire la Sport Investment Group Italia (SIGI) con 24 soci ciascuno con la propria partecipazione in quote e pensieri spesso divergenti tra loro, non si è rivelata una scelta felice. Lo dicono i fatti, secondo i quali il Catania è un malato terminale che prosegue la sua agonizzante attività. Ne fanno le spese i tifosi, che dal 2014 – anno della retrocessione in Serie B dopo aver scritto importanti pagine di storia – continuano a rimediare delusioni e bocconi amari. Ma per quanto tempo ancora si proseguirà in questa direzione? Lo scenario eroico ed amorevole che aveva illuso molti addetti ai lavori e le stesse istituzioni locali ha lasciato spazio alla rassegnazione. Oggi non ci sono le risorse per andare avanti. O meglio, cosa ancora più grave, molti soci che compongono la Sigi si sono tirati indietro pur avendo la disponibilità economica per restare a bordo. Una nave in questo momento alla deriva perchè la buona volontà di pochi non basta, non c’è unione d’intenti, prevalgono i personalismi, i tentativi di fuga. E lo chiamavano amore per il Catania…

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